La Fontaine e la favola morale

Dopo la tragedia di Corneille e Racine e la commedia di Molière, il nostro arco sui classici europei del Seicento incontra ora un genere ancora diverso, tradizionalmente considerato fra i più modesti nella gerarchia classicista: la favola. Jean de La Fontaine (1621-1695), pubblicando fra il 1668 e il 1694 le proprie Fables, eleva questo genere didattico di origine antichissima a capolavoro della letteratura francese.

Esopo, Fedro e un cortigiano anomalo

La favola come genere letterario affonda le proprie radici nell’antichità greca, con la figura semileggendaria di Esopo, e nella sua ripresa latina da parte di Fedro: un genere che affida ad animali parlanti l’esposizione di una morale pratica, considerato prima di La Fontaine materiale per l’educazione dei fanciulli più che un genere letterario di alto rango. La Fontaine conduce una carriera atipica rispetto ai propri contemporanei: deve gran parte della propria fortuna alla protezione di una serie di mecenati, fra cui il sovrintendente Nicolas Fouquet, la cui caduta in disgrazia nel 1661 segnerà profondamente la sua visione dei rapporti di potere.

La struttura delle Fables

Le Fables vengono pubblicate in tre tempi distinti — i primi sei libri nel 1668, dedicati al Delfino di Francia; una seconda raccolta (libri 7-11) nel 1678-79, dedicata a Madame de Montespan; infine il dodicesimo libro nel 1694 — un arco di oltre venticinque anni che mostra un progressivo affinamento tanto della tecnica versificatoria quanto della complessità morale delle favole stesse.

Il bestiario morale

Attraverso un bestiario che include il lupo e l’agnello, la volpe e il corvo, la cicala e la formica, La Fontaine costruisce una rappresentazione impietosa dei rapporti di forza della società umana, mascherata dalla favola animale: il potere del più forte si impone quasi sempre sul più debole (ne Il lupo e l’agnello la celebre morale recita che «la ragione del più forte è sempre la migliore»), l’astuzia prevale sull’ingenuità, e la giustizia appare spesso più come un ideale desiderato che come una realtà osservabile.

Uno stile di straordinaria libertà metrica

A differenza della rigidità dell’alessandrino tragico, La Fontaine adotta per le proprie favole il “vers libre classique”, una versificazione che alterna liberamente metri diversi secondo le esigenze del racconto e del ritmo narrativo: una libertà formale che gli permette di imitare con straordinaria efficacia il tono parlato, l’ironia sottile e i cambi di registro necessari a un genere che deve insieme divertire e istruire.

I moralisti del Grand Siècle

Insieme a La Rochefoucauld e La Bruyère, La Fontaine appartiene alla grande stagione dei moralisti francesi del secondo Seicento, autori che, pur attraverso generi diversissimi, condividono un identico sguardo disincantato sulla natura umana e sui meccanismi della società cortigiana, mettendo in discussione l’ottimismo antropologico ufficiale della Francia di Luigi XIV.

Un bilancio dell’arco francese

Ripercorrendo l’intero arco francese di questo nostro percorso — la tragedia dell’eroismo di Corneille, la tragedia della passione di Racine, la commedia dei costumi di Molière, infine la favola morale di La Fontaine — emerge il ritratto di un secolo capace di eccellere, sotto l’egida di un unico sistema di regole classiciste, in generi fra loro assai diversi, tutti accomunati da un’analisi acutissima della natura umana condotta attraverso la perfezione della forma.


Questo articolo è una sintesi divulgativa. Per l’analisi completa — il bestiario morale e il bilancio dell’intero arco francese — puoi scaricare il documento integrale.


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