Góngora e Quevedo: culteranismo e conceptismo

Lasciata la Francia del classicismo, il nostro arco sui classici europei del Seicento attraversa i Pirenei per entrare nella Spagna del Siglo de Oro, un’epoca che produce una poesia di segno opposto rispetto a quella francese: barocca, oscura, densissima di artifici retorici. Luis de Góngora (1561-1627) e Francisco de Quevedo (1580-1645), rivali acerrimi in vita, incarnano le due anime complementari e opposte di questa stagione, il culteranismo e il conceptismo, in un confronto che corre parallelo a quello italiano fra Marino e Tesauro.

Góngora e il culteranismo

Góngora porta alle estreme conseguenze una tendenza latente in tutta la poesia barocca europea, l’oscurità volontaria del dettato poetico: attraverso un latinismo sintattico spinto all’estremo, un lessico colto saturo di cultismi e neologismi, e un fitto tessuto di metafore mitologiche, costruisce una poesia che richiede al lettore uno sforzo interpretativo quasi da enigma, trasformando la difficoltà stessa in valore estetico.

Soledades e Polifemo

Le due opere maggiori dell’ultimo Góngora, le incompiute Soledades (1613) e la Fábula de Polifemo y Galatea (1612-13, ripresa dal mito ovidiano), portano il culteranismo al proprio vertice espressivo: componimenti di straordinaria densità sensoriale, costruiti su una sintassi latineggiante che la critica contemporanea giudicò spesso incomprensibile, ma che il Novecento, soprattutto attraverso la Generazione del ’27 (Lorca in testa), ha riconosciuto come vertice assoluto della lirica spagnola.

Quevedo e il conceptismo

Quevedo rappresenta l’altra faccia del Barocco spagnolo: dove Góngora cerca l’effetto attraverso l’ornamento linguistico, Quevedo persegue una concentrazione estrema del pensiero in formule brevissime e fulminanti, costruite su giochi di parole e arguzie concettuali (i celebri “conceptos”) che condensano in poche parole significati multipli — un procedimento assai vicino all’arguzia teorizzata in Italia negli stessi anni da Emanuele Tesauro.

Pessimismo e satira sociale

La poesia e la prosa di Quevedo sono percorse da un pessimismo esistenziale cupissimo, ossessionato dal tema della morte, ma anche da una satira sociale spietata diretta contro la corruzione della corte e l’ipocrisia religiosa: un’ambivalenza che trova la propria massima espressione narrativa ne La vida del Buscón (1626), romanzo picaresco di straordinaria ferocia satirica.

Una rivalità personale e letteraria

La contrapposizione fra culteranismo e conceptismo non è soltanto una distinzione di scuola critica postuma, ma rispecchia un’autentica, aspra rivalità personale: i due poeti si scambiano per anni sonetti satirici reciprocamente feroci, arrivando, secondo un aneddoto ben documentato, persino a questioni di proprietà immobiliare — Quevedo acquista la casa di Góngora quando questi, caduto in disgrazia, è costretto a venderla.

Un confronto con l’Italia

Il confronto con la situazione italiana coeva è istruttivo: se Marino persegue, come Góngora, la meraviglia attraverso l’accumulo ornamentale, e se Tesauro teorizza, come in pratica fa Quevedo, l’arguzia concettuale, la Spagna del Siglo de Oro sviluppa simultaneamente, attraverso due autori rivali, entrambe le direzioni che in Italia restano più distinte.


Questo articolo è una sintesi divulgativa. Per l’analisi completa — la rivalità fra i due poeti e il confronto con il Marinismo italiano — puoi scaricare il documento integrale docx.


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