C’è una storia che Bari racconta sottovoce, come se temesse di vantarsi troppo. È la storia di Niccolò Piccinni — o Nicola, come lo chiamavano in famiglia — nato il 16 gennaio 1728 in una casa del quartiere Libertà, allora cuore pulsante di una città che guardava al mare Adriatico con occhi di provincia e ambizioni di capitale. Figlio di un musicista mediocre e nipote di Gaetano Latilla (compositore anch’egli), Piccinni assorbì la musica come si assorbe l’aria salata sul lungomare: senza accorgersene, inevitabilmente. A undici anni fu mandato al Conservatorio di Sant’Onofrio a Napoli, dove studiò per dodici anni sotto Francesco Durante. Quando tornò, Bari non sapeva ancora di aver cresciuto il compositore che avrebbe fatto tremare i fondamenti dell’Opéra di Parigi. Il suo trionfo arrivò nel 1760 con «La Cecchina, ossia La buona figliuola», opera buffa tratta da Richardson che spopolò in tutta Europa — oltre duecento repliche a Roma in pochi anni, un record per l’epoca. Ma è a Parigi, dal 1776, che la storia di Piccinni diventa leggenda: la Regina Maria Antonietta lo chiamò alla corte di Versailles, e la città si spaccò in due fazioni feroci — i piccinnisti contro i gluckisti — in una delle più clamorose guerre musicali che la storia dell’opera ricordi. Christoph Willibald Gluck da una parte, il barese Piccinni dall’altra: la stampa, i caffè, i salotti illuministi di Diderot e D’Alembert tutti schierati come in una battaglia campale. Piccinni perse sul piano della storia — Gluck è rimasto nei canoni, lui ai margini — ma vinse sul piano della grazia: la sua musica era cantabilità pura, melodia che ragionava con il cuore prima che con la testa, qualcosa di profondamente mediterraneo che Parigi amò senza capire fino in fondo. A Bari, la memoria di Piccinni sopravvive nel Teatro Piccinni di corso Vittorio Emanuele II, inaugurato nel 1854 e ristrutturato più volte, che porta il suo nome come un atto tardivo di riconoscimento. È uno dei teatri storici più eleganti del Sud Italia, con una sala a ferro di cavallo e una acustica sorprendente. Se vi capita di passarci davanti nelle sere di stagione lirica, fermatevi un momento sotto il portico: da quelle pietre sale ancora qualcosa che assomiglia alla gratitudine postuma di una città che capì il suo figlio più illustre solo dopo che il mondo intero lo aveva già amato. Bari ha imparato a riconoscersi in lui: nel coraggio di chi parte senza rete, conquista capitali straniere e porta con sé, nell’impasto della voce, il sapore inconfondibile del mare di casa.
Foto di Antonino Giangrasso su Pexels
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