Giovanni Pacini a Catania: il rivale di Donizetti che scrisse la sua opera più grande all’ombra dell’Etna

C’è un nome che Catania sussurra con orgoglio e che l’Italia musicale del primo Ottocento conosceva benissimo, prima che il tempo e la fortuna dei posteri lo relegassero in una zona d’ombra ingrata: Giovanni Pacini, nato a Catania il 17 febbraio 1796, fu per decenni il compositore più rappresentato sui palcoscenici europei, il rivale temuto di Rossini, Bellini e Donizetti, l’uomo che scrisse oltre novanta opere liriche e che a Catania lasciò qualcosa di duraturo e concreto — il Conservatorio di Musica che ancora oggi porta il suo nome. La storia di Pacini è una di quelle parabole vertiginose che il melodramma ottocentesco sembra aver scritto apposta per sé stesso: ascesa fulminante, eclissi improvvisa, rinascita. Dopo anni di trionfi nei teatri di Napoli, Milano, Roma e Londra, nel 1833 Pacini si ritirò dalla scena, convinto di non poter reggere il confronto con Bellini e Donizetti. Si rifugiò a Viareggio, aprì una scuola di musica e studiò contrappunto con disciplina quasi ascetica. Il silenzio durò sei anni. Poi, nel 1840, tornò con Saffo — un’opera che il Teatro San Carlo di Napoli accolse con un’ovazione che sembrò riscrivere la sua intera carriera. La critica la definì la sua opera più matura, la prova che il lungo silenzio aveva trasformato un artigiano brillante in un compositore vero. Catania rivendicò quel figlio con la fierezza tipica delle città siciliane che sanno riconoscere il genio quando finalmente il mondo gliene concede il merito. Il Conservatorio Giovanni Pacini, oggi ospitato in un palazzo storico nel cuore della città barocca ricostruita dopo il terremoto del 1693, custodisce partiture, lettere autografe e testimonianze di una vita musicale straordinaria. È un luogo vivo, non museale: centinaia di studenti vi studiano ogni anno, ignari forse che il nome sull’insegna fu l’uomo che Rossini chiamava amichevolmente ‘il maestro della cabaletta’. Passeggiare tra via Vittorio Emanuele e piazza Bellini — la piazza dedicata al più celebre concittadino, quasi un’ironia del destino per Pacini — significa attraversare la stratificazione culturale di una città che non ha mai smesso di produrre musica, anche quando il mondo non la ascoltava. Chi visita Catania cerchi il Conservatorio Pacini in via Istituto Musicale: spesso organizza concerti aperti al pubblico, occasioni rare per sentire eseguita dal vivo qualche scena di Saffo o di Medea — opere che meritano di uscire dall’oblio con la stessa determinazione con cui il loro autore tornò sul palcoscenico nel 1840. Perché certi silenzi, come quelli dell’Etna, non sono mai definitivi.

Foto di Lorenzo Alessio Messina su Pexels

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