L’ultimo grande poema epico del Rinascimento, scritto nell’ansia della censura

Dopo aver seguito il Rinascimento letterario fuori d’Italia, torniamo nella penisola per un nuovo viaggio: il tardo Rinascimento italiano, sempre più segnato dal clima della Controriforma. Partiamo da Torquato Tasso e dal suo capolavoro.

Un poeta alla corte di Ferrara

Torquato Tasso (1544-1595) trascorre la parte più produttiva della propria vita alla corte di Ferrara al servizio della famiglia Este, la stessa dinastia che aveva già ospitato Guarino da Verona e la Casa Giocosa nel Quattrocento: una corte raffinata, ma anche un ambiente di crescente sorveglianza religiosa, in cui Tasso vive una carriera brillante quanto tormentata. Riceve una solidissima formazione umanistica, distinguendosi ancora giovanissimo per una conoscenza approfondita della Poetica di Aristotele, riscoperta proprio in quei decenni dai trattatisti italiani: da qui nasce la sua ambizione di scrivere un poema epico “regolare”, fedele all’unità d’azione aristotelica, in esplicita dialettica con la libertà narrativa multilineare dell’Orlando furioso.

Un’epica cristiana contro il mondo fantastico di Ariosto

Tasso sceglie come soggetto del proprio poema la prima crociata e la conquista di Gerusalemme del 1099 a opera di Goffredo di Buglione: un argomento storico e religioso, in polemica implicita con il mondo cavalleresco-fantastico, in larga parte pagano nell’immaginario, di Boiardo e Ariosto.

Un cavaliere, una maga, un giardino incantato

Il nucleo emotivo più celebre del poema è l’episodio di Rinaldo e Armida: il cavaliere cristiano, sedotto dalla maga saracena in un giardino incantato, dimentica temporaneamente la propria missione religiosa, in un conflitto fra eros e dovere che anticipa sensibilità barocche. Lo stile dell’opera unisce una solennità classicheggiante, debitrice di Virgilio, a un’inquietudine espressiva nuova, fatta di antitesi e ossimori, che influenzerà profondamente la poesia barocca e il libretto d’opera.

Quando la Controriforma riscrive un capolavoro

Il clima culturale della Controriforma, sempre più diffidente verso ogni elemento fantastico o teologicamente ambiguo, spinge lo stesso Tasso a sottoporre il proprio poema al giudizio di teologi e revisori ecclesiastici, e infine a riscriverlo quasi integralmente in una versione più sobria e dottrinalmente irreprensibile, la Gerusalemme Conquistata (1593): un’operazione di autocensura che impoverisce artisticamente il testo ma che testimonia la pressione crescente dell’ortodossia postridentina sugli scrittori italiani.

Il mito del poeta perseguitato

Gli ultimi decenni di vita di Tasso sono segnati da una grave instabilità psichica, da manie di persecuzione e da un lungo periodo di reclusione nell’ospedale di Sant’Anna a Ferrara, fra il 1579 e il 1586: un’esperienza che, romanticizzata dalla critica ottocentesca, contribuirà a costruire il mito del poeta geniale e tormentato, vittima tanto della propria fragilità interiore quanto del clima oppressivo della Controriforma.


Questo articolo è una sintesi divulgativa. Per l’analisi completa — lo stile del poema, l’episodio di Armida e l’autocensura controriformistica — puoi scaricare il documento integrale.


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