Come l’Italia del 1690 reagì contro gli eccessi del Secentismo

Con la nascita del melodramma abbiamo visto il Barocco italiano raggiungere forse il proprio trionfo più duraturo e universalmente popolare. Eppure, proprio mentre i teatri d’opera si moltiplicano in tutta Italia, negli stessi decenni finali del secolo cresce fra gli intellettuali e i letterati più colti un’insofferenza crescente verso gli eccessi retorici e stilistici che hanno caratterizzato gran parte della produzione secentesca: un malcontento che sfocerà, nel 1690, nella fondazione di un’accademia destinata a segnare la fine convenzionale del Barocco italiano. Chiudiamo con questo capitolo il nostro arco dedicato al Seicento italiano.

La polemica contro il “secentismo”

Già negli ultimi decenni del Seicento si fa strada, in ambienti letterari sempre più influenti, una polemica esplicita contro quello che verrà bollato, con accento sprezzante, come “secentismo”: un termine con cui si designa collettivamente l’eccesso di arguzie concettose, metafore ardite e artifici retorici che avevamo visto teorizzati con tanto impegno da Emanuele Tesauro, ora percepiti come manierismo vuoto e gusto decaduto, incapace di restituire naturalezza e misura al linguaggio poetico.

Il modello di Cristina di Svezia

Un ruolo decisivo in questa svolta lo gioca la presenza a Roma, dal 1655, dell’ex regina Cristina di Svezia, convertita al cattolicesimo e mecenate instancabile di un circolo culturale di altissimo livello riunito intorno alla propria corte: l’Accademia Reale da lei promossa diventa un laboratorio di discussione letteraria in cui si elabora, ancora prima della fondazione formale dell’Arcadia, gran parte del programma classicista che informerà la nuova accademia.

Nasce l’Accademia dell’Arcadia (1690)

Alla morte di Cristina di Svezia nel 1689, un gruppo di quattordici letterati già gravitanti intorno al suo circolo fonda a Roma, nel 1690, l’Accademia dell’Arcadia, destinata a diventare in breve tempo la più importante e ramificata istituzione letteraria italiana, con “colonie” sparse in numerose città della penisola: un’istituzione che si propone esplicitamente di “estirpare il cattivo gusto” e di restaurare la purezza e la naturalezza della poesia italiana. Il programma arcadico si fonda su un deciso ritorno ai modelli classicisti, rivolgendosi esplicitamente alla tradizione bembiana e petrarchesca del Cinquecento come antidoto agli eccessi marinisti: semplicità, chiarezza, misura e naturalezza diventano le parole d’ordine di una poesia che intende correggere, senza rinunciare del tutto all’eleganza formale, gli eccessi concettosi e iperbolici del secolo precedente.

I nomi pastorali e il mito dell’Arcadia felice

Gli accademici assumono, secondo una convenzione rituale che diventerà celebre, nomi pastorali ispirati alla mitica Arcadia greca — regione idealizzata di pastori e di una natura incontaminata, già presente nella tradizione bucolica da Teocrito a Virgilio fino a Sannazaro — e si riuniscono in adunanze simboliche nel Bosco Parrasio sul Gianicolo, mettendo in scena un immaginario pastorale ingenuo e idillico che diventerà il marchio di fabbrica, spesso oggetto di ironia da parte della critica successiva, dell’intero movimento. Nonostante le intenzioni riformatrici, la produzione poetica arcadica non sfuggirà a propria volta a un certo manierismo, sostituendo agli eccessi concettosi del secolo precedente una levigatezza formale talvolta altrettanto convenzionale: un limite che la critica successiva, soprattutto romantica, non mancherà di rilevare, pur riconoscendo all’Arcadia il merito di aver preparato il terreno per la ripresa classicista settecentesca.

Un bilancio del Seicento italiano

Ripercorrendo l’intero arco dedicato al Seicento italiano — dalla meraviglia poetica di Marino alla prosa scientifica di Galileo, dalla teoria retorica di Tesauro al romanzo libertino degli Incogniti, fino al trionfo teatrale del melodramma — emerge il ritratto di un secolo di straordinaria vitalità e sperimentazione, capace di produrre risultati di assoluta originalità proprio nei campi, come il romanzo e il melodramma, meno vincolati dalla trattatistica classicista: un secolo che l’Arcadia, chiudendolo simbolicamente, giudicherà con eccessiva severità, ma che la storiografia successiva ha progressivamente rivalutato come una delle stagioni più fertili dell’intera storia letteraria italiana. Con la fondazione dell’Arcadia nel 1690 si apre la transizione verso il Settecento, un secolo che erediterà dall’Arcadia stessa buona parte del proprio programma classicista iniziale, prima di evolvere, con l’Illuminismo, verso orizzonti culturali del tutto nuovi.


Questo articolo è una sintesi divulgativa. Per l’analisi completa — i limiti dell’Arcadia e il bilancio complessivo del Seicento — puoi scaricare il documento integrale.


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