Nel cuore della Bologna medievale, tra portici e torri, un nome ricorre con insistenza nei documenti del tardo Trecento: Antonio di Vincenzo. Architetto di rara versatilità, nato intorno al 1350 e scomparso tra l’aprile del 1401 e il settembre del 1402, egli incarnò quella stagione straordinaria in cui le città italiane cercavano una propria voce architettonica, capace di dialogare con le grandi tradizioni senza dissolversi in esse. La sua opera, radicata nel territorio bolognese ma aperta agli stimoli di Milano, Firenze e Venezia, rappresenta uno dei capitoli più affascinanti dell’architettura gotica nella Penisola. Come ricorda l’Enciclopedia Italiana Treccani, la carriera di Antonio si apre con incarichi di natura militare e difensiva: tra il 1382 e il 1384, il Comune gli affida lavori di fortificazione in città e nel contado. È un lavoro capillare, che lo porta a innalzare la bastia di San Procolo nel 1386, a ricostruire la rocca della Pieve di Cento nel 1387 e a restaurare quella di San Giovanni in Persiceto l’anno seguente. Queste esperienze costruttive sul territorio forgiano in lui una solidissima competenza tecnica, che presto si tradurrà in imprese di ben altro respiro. Nel 1384 Antonio viene affiancato a Lorenzo da Bagnomarino nella direzione dei lavori della Loggia della Mercanzia, uno degli edifici più eleganti del panorama gotico emiliano. Realizzata in mattoni e terracotta — i materiali per eccellenza della tradizione costruttiva padana — la loggia si articola su una coppia di archi sormontati da un coronamento che conferisce all’insieme una compostezza quasi scultorea. Come nota Wikipedia, l’edificio subì gravi danni durante i bombardamenti del 1943, ma fu successivamente ricostruito con fedeltà all’originale, segno della sua importanza identitaria per la città. Sempre in quegli anni, Antonio riceve dalla Società dei Notai l’incarico esclusivo di progettare le finestre affacciate sulla Piazza Maggiore del palazzo della medesima corporazione: un riconoscimento della sua autorevolezza che va ben oltre la semplice esecuzione. Ma è nel 1390 che si compie il salto verso la grande storia: Antonio viene eletto capomaestro della basilica dedicata a San Petronio, il patrono di Bologna. Ne esegue il disegno e un modello in mattoni, poi avvia i lavori di quello che sarebbe diventato uno dei cantieri più ambiziosi del Gotico italiano. Per reperire marmi e maestranze qualificate, il nostro architetto si mette in viaggio: Firenze, Milano nel 1393, Venezia nel 1394. Questi spostamenti non sono semplici missioni logistiche, ma vere e proprie esplorazioni culturali, che lasciano tracce visibili nell’organismo della basilica: nello schema planimetrico delle volte, nel tipo di pilastro, nell’ossatura costruttiva complessiva. Quando Antonio muore, la basilica è ferma alla seconda campata. I secoli successivi la porteranno avanti, ma — come osserva la Treccani — probabilmente in forme non del tutto conformi al progetto originario. Eppure ciò che Antonio aveva immaginato e avviato basta a rivelarne la grandezza: uno spirito di assimilazione raffinato, unito a un senso dell’equilibrio che sa tenere insieme eredità romanica e suggestioni gotiche settentrionali. Lo dimostrano anche i disegni per il campanile di San Francesco, che Antonio avvia nel 1397 insieme alla sagrestia. Quei progetti — elaborati tra il 1396 e il 1400 — mostrano un architetto in cerca di sintesi: da un lato il campanile romanico a torre con paraste continue, dall’altro schemi più articolati, a più piani con ampie finestre, che evocano la torre della Cattedrale di Firenze. Antonio di Vincenzo non ha lasciato solo edifici: ha lasciato un metodo. Quello di chi guarda lontano senza dimenticare da dove viene, costruendo con i mattoni della propria terra forme capaci di parlare a tutta l’Italia.
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