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Appartenere a scuola: un concetto filosoficamente irrisolto

Il senso di appartenenza nell’educazione: una certezza troppo poco interrogata

Esiste un concetto che nelle politiche educative del mondo occidentale è diventato quasi un assioma indiscutibile: il senso di appartenenza. Scuole, istituzioni e programmatori pedagogici lo trattano come un bene in sé, un obiettivo naturalmente desiderabile attorno al quale costruire pratiche, curricula e interventi. Eppure, proprio questa assunzione acritica è al centro di un importante studio filosofico pubblicato nel 2026 sulla rivista Studies in Philosophy and Education, a firma di Mary Healy e Mary Richardson.

Il lavoro — un’analisi critica e filosofica del concetto — non si propone di demolire l’ideale dell’appartenenza, ma di mostrare quanto sia problematico adottarlo senza un’adeguata elaborazione concettuale. In un panorama in cui le politiche pubbliche moltiplicano iniziative volte a inculcare il senso di appartenenza negli studenti, le autrici pongono una domanda scomoda: sappiamo davvero di che cosa stiamo parlando?

Il vuoto concettuale al cuore delle politiche educative

La tesi centrale dello studio è chiara: nei discorsi educativi contemporanei, il senso di appartenenza viene trattato come qualcosa di non problematico, privandolo così di qualsiasi interrogazione morale ed etica. Le politiche pubbliche che vi si ispirano tendono a concepire l’appartenenza come una relazione che il soggetto intrattiene con qualcosa di esterno a sé — un gruppo, un’istituzione, una comunità — senza mai scavare verso l’interno della persona.

«Il preoccupante deficit di analisi concettuale del concetto nella politica pubblica consente che i modelli usati per esaminare l’appartenenza siano sempre riferiti a qualcosa di esterno alla persona.»

È proprio questo il punto di partenza per un rovesciamento di prospettiva. Le autrici sostengono che elaborare un resoconto filosofico autentico dell’appartenenza richieda di abbracciare una visione relazionale dell’essere nel mondo — e che questo implichi necessariamente andare più in profondità, considerare l’appartenenza dall’interno del soggetto, non soltanto come proiezione verso l’esterno.

La parentela fittizia come strumento concettuale

Per sostenere questo argomento, Healy e Richardson ricorrono a un concetto mutuato dall’antropologia: la parentela fittizia (Fictive Kinship). Con questa espressione si designa il processo attraverso cui persone non legate da vincoli di sangue vengono incorporate in relazioni di tipo parentale — un fenomeno documentato in contesti culturali assai diversi.

L’adozione di questo termine non è ornamentale. Le autrici lo utilizzano per illuminare la complessità che si cela dietro l’obiettivo, apparentemente ovvio, di far sentire gli studenti parte di una comunità educativa. Costruire legami autentici tra individui che non condividono né storia né affinità naturale è un processo carico di difficoltà che le politiche correnti tendono sistematicamente a ignorare o a minimizzare.

Le domande filosofiche che le politiche evitano

Lo studio individua un nodo cruciale: i sostenitori di queste politiche non tengono conto delle questioni filosofiche di fondo che le attraversano. Non si tratta semplicemente di capire come produrre certi comportamenti negli studenti — una questione empirica, risolvibile con tecniche pedagogiche adeguate. Il problema è più radicale.

Secondo le autrici, le domande su come essere per i bambini non sono separabili dalle domande su chi siamo e su che cosa ci sta a cuore. In altri termini, l’educazione non è mai neutrale rispetto ai valori: ogni pratica pedagogica porta con sé una concezione implicita dell’identità, della relazione e del bene comune. Ignorare questa dimensione significa costruire politiche su fondamenta filosoficamente fragili.

  • Il senso di appartenenza è trattato come un bene indiscutibile, sottratto a qualsiasi critica morale.
  • I modelli adottati guardano sempre all’esterno della persona, trascurando la dimensione interiore.
  • Le difficoltà concrete nel realizzare relazioni autentiche tra non-consanguinei non vengono riconosciute.
  • Le questioni identitarie e valoriali vengono scisse dalle pratiche educative, quando invece ne sono inseparabili.

Un invito al ripensamento delle politiche pubbliche

La conclusione dello studio non è nichilista. Healy e Richardson non propongono di abbandonare l’obiettivo dell’appartenenza, ma di riformularlo con maggiore onestà intellettuale. Affinché la visione attualmente proclamata nelle politiche educative possa avere una qualche praticabilità reale, è indispensabile che essa incorpori le questioni filosofiche che oggi ignora: chi siamo, come vogliamo vivere insieme, che tipo di relazioni riteniamo autentiche e degne di essere coltivate.

In questo senso, lo studio si inserisce in un dibattito più ampio sulla qualità della riflessione che sorregge le politiche pubbliche in campo educativo — e sulla responsabilità di chi le formula di andare oltre le buone intenzioni, verso una comprensione più profonda della condizione umana che quelle politiche pretendono di migliorare.

Finanziamento della ricerca

I metadati della pubblicazione non riportano alcun finanziatore per questo studio. Ciò non significa necessariamente che la ricerca sia stata condotta senza sostegno economico: molte riviste umanistiche non rendono pubblico questo dato nelle informazioni bibliografiche accessibili.

Fonte

Mary Healy, Mary Richardson (2026). Belonging, Fictive Relationships and Education. Studies in Philosophy and Education. DOI: 10.1007/s11217-026-10111-1 — accesso aperto

Finanziamento: i metadati della pubblicazione non riportano un finanziatore. L’assenza del dato non implica assenza di finanziamento.

Questo articolo sintetizza uno studio accademico peer-reviewed. Tutti i dati riportati provengono dalla pubblicazione originale, consultabile al DOI indicato.

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