Nel 1559, in un vano stretto e alto all’ingresso della Biblioteca Laurenziana a Firenze, Bartolomeo Ammannati costruisce una scala che a prima vista sembra sbagliata. La rampa centrale è larga, convessa, si restringe verso il basso come se stesse colando, e due rampe laterali più piccole la affiancano senza un motivo funzionale evidente — tanto che è difficile, anche oggi, capire a colpo d’occhio quale delle tre si dovrebbe davvero percorrere. Non è un errore: è il disegno di Michelangelo Buonarroti, lasciato su un modello in argilla prima di morire. Ed è forse l’oggetto che meglio racconta cosa succede all’architettura italiana nella seconda metà del Cinquecento, quando un’intera generazione di architetti, che conosce le regole classiche alla perfezione, comincia a usarle per spiazzare chi guarda, non più per rassicurarlo.
Uno stile che tradisce lo stile
Gli storici lo chiamano Manierismo, prendendo in prestito un termine nato per descrivere la pittura. In architettura significa questo: colonne che non sostengono nulla, nicchie vuote esattamente dove ci si aspetterebbe una statua, fregi i cui elementi decorativi non corrispondono più agli assi delle colonne sottostanti, come se qualcuno avesse spostato i pezzi di un meccanismo perfetto lasciandolo visibilmente “fuori registro”. Dove il primo Rinascimento — quello di Brunelleschi e Alberti — cercava la chiarezza proporzionale come prova che l’universo è armonioso e misurabile, il Manierismo cerca l’ambiguità calcolata. Non è un passo indietro rispetto alla perfezione raggiunta da Bramante: è esattamente il contrario. Solo chi conosce le regole a menadito può permettersi di infrangerle con intenzione, e ottenere l’effetto voluto invece di un semplice errore.
Il contesto aiuta a capire perché succede proprio ora. Il Sacco di Roma del 1527, la fine delle repubbliche comunali, il Concilio di Trento che ridisegna il rapporto fra arte e Chiesa in risposta alla Riforma protestante: è un secolo di corti forti e instabilità politica, in cui pochi grandi committenti — il papato, i Medici, i Farnese, i Gonzaga — usano l’architettura come messaggio di potere in un’epoca che ha perso la fiducia tranquilla del secolo precedente.
Michelangelo, da scultore ad architetto di San Pietro
Al centro di tutto sta Michelangelo Buonarroti, che arriva all’architettura tardi, dopo essersi già affermato come scultore e pittore, e proprio per questo tratta le pareti come blocchi di marmo da scolpire più che come superfici da organizzare secondo la logica dell’ordine classico. A Firenze, per i Medici, firma la Sagrestia Nuova di San Lorenzo e la Biblioteca Laurenziana con la sua scala “impossibile”. A Roma, nominato architetto della fabbrica di San Pietro a settantuno anni, eredita un cantiere già durato quarant’anni — passato da Bramante a Raffaello a Antonio da Sangallo il Giovane — e ne ridisegna la cupola: struttura a doppia calotta che riprende direttamente la lezione tecnica di Brunelleschi a Firenze, ma con un tamburo scandito da colonne binate che è già, a tutti gli effetti, un gesto scultoreo. Non vedrà mai la cupola finita, né la facciata, completata nel Seicento da Carlo Maderno in un linguaggio che segna già il passaggio al Barocco.
Sempre a Roma, con Piazza del Campidoglio, Michelangelo fa qualcosa che nessuno aveva fatto prima: tratta un’intera piazza come un unico oggetto architettonico disegnato in ogni dettaglio, dalla pavimentazione a motivo ovale alle facciate dei palazzi che la delimitano — l’anticipazione più diretta di quella sensibilità urbanistica che il Seicento barocco porterà alle estreme conseguenze.
Un secolo di regole scritte — e infrante
È anche il secolo in cui, per la prima volta, le regole dell’architettura classica vengono messe per iscritto in forma sistematica e diffusa a stampa. Sebastiano Serlio pubblica un trattato pensato apposta per i tipografi, con tavole illustrate che viaggiano rapidamente in Francia, Germania, Inghilterra. Jacopo Barozzi da Vignola condensa l’intero repertorio degli ordini classici in poche tavole di proporzioni rigorose, nella sua Regola delli cinque ordini d’architettura — il manuale più usato nelle accademie europee per i tre secoli successivi. Andrea Palladio, nei suoi Quattro libri dell’architettura, applica con un rigore quasi matematico le proporzioni romane alle sue ville venete, diventando il riferimento diretto, due secoli dopo, dell’architettura pubblica degli Stati Uniti: la Casa Bianca e il Campidoglio di Washington portano la sua firma indiretta.
E mentre questi trattati fissano le regole, altri architetti le giocano. A Mantova, Giulio Romano costruisce per i Gonzaga Palazzo Te come un manifesto dell’irregolarità voluta: conci di pietra che sembrano scivolare fuori posto, metope di larghezza diseguale, un disegno pensato per sorprendere proprio chi quelle regole conosce. A Caprarola, Vignola stesso progetta per i Farnese un palazzo a pianta pentagonale con una scala elicoidale che sale avvolgendosi su se stessa, pensata per essere percorsa anche a cavallo durante le cerimonie di corte.
Oltre l’edificio: città, fortezze, giardini
Il Cinquecento allarga anche il campo dell’architettura ben oltre il singolo edificio. A Roma, papa Sisto V fa tracciare dall’architetto Domenico Fontana un sistema di strade rettilinee che collegano le grandi basiliche attraverso la città, con obelischi come punti di riferimento agli incroci: la prima pianificazione urbana a scala cittadina basata su assi prospettici. La diffusione dell’artiglieria rende obsolete le mura medievali e fa nascere le fortezze a pianta stellare con bastioni bassi e inclinati, un repertorio tecnico italiano che si diffonderà in tutta Europa. E i giardini — Boboli a Firenze, Villa d’Este a Tivoli — vengono organizzati in terrazze, assi prospettici e giochi d’acqua con la stessa logica compositiva delle piazze, diventando il modello diretto dei giardini barocchi francesi di Versailles.
Questo articolo introduce in forma divulgativa la Sezione 8 del nostro percorso “Storia dell’Architettura”, dedicata al Cinquecento e al Manierismo. Per la trattazione completa — con l’analisi tecnica della cupola di San Pietro, i profili di Peruzzi, Vignola, Giulio Romano, Serlio, Palladio e Buontalenti, l’urbanistica e l’architettura militare del secolo, e l’approfondimento sulla scala come elemento costruttivo — è disponibile il documento “Sezione 8 — Il Cinquecento” (versione .docx): scarica il documento di approfondimento.


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