Tra i protagonisti della pittura laziale del Quattrocento, Antonio del Massaro da Viterbo — universalmente noto con il soprannome il Pastura — occupa un posto di rilievo nella storia dell’arte italiana, pur rimanendo spesso nell’ombra dei grandi maestri suoi contemporanei. Nato intorno al 1450 e attivo almeno fino al 1516, secondo quanto riporta Wikipedia, il Pastura fu figura centrale nella vita artistica di Viterbo e dintorni, capace di muoversi con disinvoltura tra cantieri prestigiosi e committenti di primo piano. La sua biografia artistica, ricostruita attraverso documenti e opere superstiti, restituisce il ritratto di un pittore aggiornato, sensibile alle novità figurative del tempo e radicato al contempo nella tradizione pittorica della sua terra. La prima menzione documentata del Pastura risale al dicembre del 1478, quando partecipò alla fondazione dell’Università di San Luca dei Pittori a Roma — un atto che testimonia la sua presenza nella capitale e il suo inserimento attivo nella comunità artistica romana. È in questo contesto che maturò probabilmente la collaborazione con Pinturicchio, al fianco del quale lavorò alla decorazione degli Appartamenti Borgia in Vaticano, uno dei cantieri più ambiziosi e raffinati dell’epoca. Tornato a Viterbo, il Pastura lasciò tracce significative nel tessuto artistico della città. Tra le opere viterbesi più rilevanti si ricorda il Presepio con i Santi Giovanni Battista e Bartolomeo, oggi conservato nel Museo Civico di Viterbo, e il ciclo di affreschi raffiguranti Santi Giovanni Battista, Girolamo e Lorenzo nel battistero di Santa Maria Nuova, un’opera in cui gli studiosi hanno ravvisato suggestioni provenienti da Antoniazzo Romano e da Perugino. Il Pastura decorò inoltre l’edicola nel cortile del Palazzo Chigi con una Madonna con Bambino, contribuendo così ad arricchire quell’intreccio tra arte e spazio urbano che caratterizza ancora oggi i centri storici della Tuscia. Tra il 1497 e il 1499, si documentò la sua presenza a Orvieto, dove portò a termine il restauro di affreschi nella cattedrale originariamente eseguiti da Ugolino di Prete Ilario — un lavoro che Pinturicchio aveva avviato senza completare. Le scene bibliche affrescate dal Pastura per quella cattedrale — l’Annunciazione, la Visitazione, la Presentazione al Tempio e la Fuga in Egitto — testimoniano la sua capacità di misurarsi con grandi narrazioni sacre su superficie monumentale. Di ritorno a Viterbo nel 1504, realizzò il dipinto San Terenziano, San Rocco e San Sebastiano, oggi conservato nella chiesa di Santa Maria a Capranica, opera nella quale si avverte, secondo le fonti, l’influsso della maniera di Luca Signorelli. Tra il 1508 e il 1509, su commissione della famiglia Vitelleschi, decorò il presbiterio della cattedrale di Tarquinia, ampliando ulteriormente il suo raggio d’azione nel territorio. Il Catalogo Generale dei Beni Culturali segnala inoltre un trittico a tempera su tavola, databile tra il 1451 e il 1452 circa, conservato a Capena, in provincia di Roma, con raffigurazioni del Cristo Redentore benedicente, di San Pietro e di San Paolo — ulteriore prova della diffusione capillare della sua produzione nel Lazio. Dopo la scomparsa di Lorenzo da Viterbo, il Pastura divenne il pittore viterbese più importante del suo tempo. Eppure, Giorgio Vasari non lo incluse nelle sue celebri Vite degli artisti eccellenti, un’omissione che ne condizionò a lungo la fortuna critica. Fu soltanto nel corso dell’Ottocento che si registrò una significativa ripresa di interesse per la sua opera: lo studioso Italo Faldi ne ha riconosciuto il successo critico, e tra i primissimi esempi di monografia dedicata a un singolo pittore italiano figura proprio uno studio sul Pastura. Il suo caso è emblematico di come la storia dell’arte ufficiale abbia spesso trascurato figure capaci di interpretare con intelligenza e sensibilità il fermento rinascimentale, lasciando segni profondi nel paesaggio artistico e devozionale di un territorio ricco come quello della Tuscia laziale.
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