La lingua che uccide il padrone: Ngũgĩ wa Thiong’o e la decolonizzazione della parola

Nel 1977, Ngũgĩ wa Thiong’o venne arrestato dal governo keniota e trascorse un anno in prigione senza processo. Il suo crimine? Aver scritto un’opera teatrale in gĩkũyũ, la lingua del suo popolo, invece che in inglese. Quel gesto apparentemente semplice — scegliere la lingua madre al posto della lingua del colonizzatore — era in realtà un atto rivoluzionario che avrebbe ridisegnato i confini del dibattito letterario mondiale per i decenni successivi.

Ngũgĩ, nato nel 1938 a Limuru, in Kenya, aveva esordito in inglese con romanzi come ‘Weep Not, Child’ (1964), diventando rapidamente una delle voci più rispettate della narrativa africana anglofona. Ma era proprio quella rispettabilità a tormentarlo. Scrivere in inglese significava, per lui, perpetuare una forma sottile di subalternità culturale: consegnare la propria esperienza, il proprio dolore, la propria storia ai codici della potenza imperiale che quella storia aveva inflitto.

La svolta avviene con ‘Ngaahika Ndeenda’ (1977), scritto insieme a Ngũgĩ wa Mĩriĩ e messo in scena con gli abitanti di Limuru. Lo scandalo non è nella trama — che racconta lo sfruttamento dei lavoratori agricoli — ma nel mezzo: la lingua. Il governo di Daniel arap Moi non perdona. L’arresto trasforma Ngũgĩ in un simbolo globale.

In carcere, senza carta, scrive il romanzo ‘Caitaani Mũtharaba-Inĩ’ (il diavolo sul crocicchio) su carta igienica. È il primo romanzo moderno scritto in gĩkũyũ. Un gesto che è insieme un manifesto e una sopravvivenza — ma in un senso radicalmente diverso da ogni altro: non la sopravvivenza del corpo, bensì quella della lingua come corpo collettivo di un popolo.

Nel 1986 pubblica ‘Decolonising the Mind’, saggio fondamentale in cui argomenta che il vero colonialismo non è militare ma linguistico: si annida nella testa, trasforma la lingua straniera in aspirazione e la propria in vergogna. È una tesi che ancora oggi interpella l’Europa, l’Italia compresa, ogni volta che si misura con le proprie lingue regionali o con le comunità migranti che portano altre grammatiche del mondo.

Ngũgĩ, oggi ottantottenne, insegna all’Università della California a Irvine e viene ogni anno evocato come candidato al Nobel. Ma la sua opera più radicale non è un libro: è la domanda che continua a porre in silenzio a ogni lettore — in quale lingua stai davvero pensando?

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