C’è un modo di ricostruire che va oltre il calcestruzzo e le normative antisismiche. È quello che accade quando una città decide che recuperare un palazzo storico non significa semplicemente restituirlo alla sua forma originaria, ma trasformarlo in un luogo vivo, capace di interrogare il presente. Palazzo Farinosi Branconi, nel cuore di Piazza San Silvestro a L’Aquila, è oggi questo luogo. Dal 3 settembre 2026 ospita il nuovo Polo Culturale de La Galleria BPER: un progetto che ha richiesto sei anni di interventi tra il 2019 e il 2026, un investimento di oltre 14 miliardi di vecchie lire in equivalente odierno, e la volontà ferma di non lasciare che il sisma del 2009 scrivesse l’ultima parola su uno degli edifici più rappresentativi della storia civile aquilana.
Il palazzo racconta cinque secoli di arte dell’Italia centrale e meridionale attraverso una collezione permanente che riporta in città opere un tempo appartenute alla Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila: un gesto che non è soltanto culturale, ma quasi genealogico. Le opere tornano al territorio in cui si sono formate, e questo ritorno — così raro nel panorama italiano, dove le dispersioni sono più frequenti dei rimpatri — costituisce di per sé un atto politico nel senso più nobile del termine. Sono stati recuperati gli affreschi della Sala di Saul e Davide e della Sala dei Putti, i soffitti lignei dipinti, gli apparati decorativi della Sala di San Clemente: ogni strato riportato alla luce è una stratificazione di identità urbana, non mero restauro estetico.
L’apertura coincide con l’anno in cui L’Aquila è Capitale Italiana della Cultura 2026 — una sovrapposizione che non è casuale, ma che rivela qualcosa di profondo sul rapporto che le città d’arte italiane intrattengono con il proprio dolore. Non è la vetrina della normalità ritrovata che si cerca, ma la dimostrazione che la cultura può essere strumento di elaborazione collettiva, non semplice ornamento della rinascita.
Napoli lo sa da secoli, lei che sotto gli intonaci nasconde anime e dipinti interi — come accade proprio in questi giorni a Santa Luciella ai Librai, dove un affresco settecentesco delle anime del Purgatorio è riemerso dall’oblio grazie a un restauro concluso oggi, 12 ottobre 2026. Ma L’Aquila, con il suo terremoto ancora vivo nella memoria corporea degli abitanti, aggiunge a questo paradigma una dimensione di urgenza e necessità che trasforma ogni apertura di museo in qualcosa di simile a un atto terapeutico.
Le città d’arte italiane non sono musei a cielo aperto: sono organismi feriti e rigeneranti, capaci di custodire la propria bellezza anche quando la terra trema sotto i piedi. E forse è proprio in questa capacità — di cadere e rialzarsi senza dimenticare chi si è — che risiede il loro contributo più autentico e ineguagliabile alla civiltà europea.
Foto di Serena Koi su Pexels
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