La cura che non guarisce: Nel·lus Molas, Emmanuel Levinas e il volto dell’altro come imperativo etico

C’è un momento preciso in cui la filosofia smette di essere speculazione e diventa urgenza morale. Accade quando il pensiero si trova faccia a faccia con la sofferenza concreta di un essere umano e non può più permettersi il lusso dell’astrazione. È in questo spazio scomodo, tra il concetto e la carne, che Emmanuel Levinas ha costruito una delle architetture etiche più radicali del Novecento — e che oggi, nell’era della cura algoritmica e della medicina personalizzata, la sua riflessione torna a interrogarci con una pertinenza quasi scandalosa.

Levinas pubblica Totalità e Infinito nel 1961, in un’Europa che ancora fatica a guardare negli occhi il proprio passato. Il suo gesto filosofico è semplice nella forma, devastante nella portata: prima di ogni sistema, prima di ogni ontologia, c’è il volto dell’altro. Non il volto come rappresentazione estetica, non come dato fenomenologico neutro, ma come appello, come resistenza, come comando che non si può ridurre a categoria. «Il volto apre il discorso originario», scrive. E in quel discorso non è possibile restare indifferenti.

Nel contesto dell’estetica contemporanea, questa intuizione ha trovato alleati inaspettati. Negli ultimi anni la comunità artistica e scientifica ha ripreso Levinas per ragionare attorno alle pratiche di cura: non soltanto medica, ma curatoriale, pedagogica, urbanistica. Il filosofo e psicologo catalano Nel·lus Molas, in una serie di seminari tenuti tra Barcellona e Napoli tra il 2019 e il 2022, ha articolato quello che chiama «etica della prossimità sensibile»: un modo di abitare la relazione con l’altro che non aspira alla guarigione — perché la guarigione è ancora una forma di controllo — ma alla presenza autentica, al rimanere accanto senza risolvere.

Questa distinzione è cruciale. La cura come guarigione riduce l’altro a problema da risolvere. La cura come presenza riconosce nell’altro una alterità irriducibile — proprio ciò che Levinas chiamava «infinito» nel senso di ciò che eccede ogni totalizzazione. Il volto, per Levinas, è esattamente questa eccedenza: non si lascia contenere, non si lascia neutralizzare.

In un momento storico in cui le piattaforme digitali ci propongono relazioni ottimizzate, in cui l’empatia rischia di diventare funzione di sistema, riportare Levinas al centro del dibattito culturale non è nostalgia accademica. È un atto di resistenza epistemologica. Perché il volto dell’altro — nella sua vulnerabilità, nella sua imperfezione, nella sua domanda silenziosa — è ancora l’unica cosa che nessun algoritmo sa veramente leggere.

Il pensiero che conta è quello che non chiude, ma apre: apre alla responsabilità, apre al rischio, apre all’incontro che non si può programmare.

Foto di Elly Sartain su Pexels

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