C’è una categoria particolare di capolavori: quelli che esistono senza essere guardati. Palazzo Galbani, in Via Fabio Filzi 25 a Milano, appartiene da decenni a questa famiglia silenziosa. Progettato tra il 1956 e il 1959 dagli architetti Eugenio ed Ermenegildo Soncini, con l’ingegneria strutturale affidata a Pier Luigi Nervi, l’edificio sorse proprio sulla stessa arteria dove contemporaneamente Gio Ponti stava portando a compimento il celebre Grattacielo Pirelli — anch’esso con Nervi come artefice della struttura portante. Eppure, mentre il Pirellone diventava icona globale del dopoguerra italiano, Palazzo Galbani scivolava nell’ombra, vittima di ristrutturazioni poco sensibili che ne avevano progressivamente cancellato la coerenza originaria.
È qui che interviene la storia recente. Nel 2026, lo studio milanese Park ha avviato un progetto di retrofitting che Domus ha raccontato dall’interno del cantiere, parlando con i progettisti di una pratica che definiscono ‘mediazione culturale’. Dopo anni di strati aggiunti e sottratti senza logica, il restauro di Park ha rimesso in luce ciò che Nervi aveva concepito con la sua consueta, rigorosa genialità: un sistema a scheletro con pochissimi pilastri e solai corrugati spessi appena tre centimetri, realizzati con elementi prefabbricati a V. Una soluzione che riduceva al minimo gli ingombri strutturali, garantendo flessibilità distributiva massima e rispettando le altezze imposte dal piano regolatore del 1953 per la nascente area di Porta Nuova.
Nervi, ingegnere civile laureato a Bologna nel 1913, aveva brevettato il ferro-cemento già nel 1917, esplorando per decenni le possibilità estetiche e costruttive del calcestruzzo armato. La sua filosofia era lineare quanto radicale: la forma nasce dalla struttura, non le viene sovrapposta. Volte a nervature isostatiche, cupole paraboliche, solai corrugati — ogni soluzione era insieme risposta ingegneristica e atto estetico. In questo senso Nervi non era né architetto né ingegnere in senso puro: era qualcosa che le discipline faticano ancora a nominare.
Quello che il cantiere di Palazzo Galbani rivela nel 2026 — oggi ribattezzato Filzi25 — è una questione di civiltà: quanti edifici del Novecento italiano attendono ancora di essere riletti, non come reliquie da musealizzare, ma come dispositivi aperti, capaci di reggere il ritmo della città contemporanea? La risposta di Park è sobria e coraggiosa: togliere per rivelare, non aggiungere per nascondere. Portare alla luce ciò che era già, da sempre, contemporaneo.
Nell’ondulazione silenziosa di un solaio che nessuno aveva voluto vedere, Nervi aveva già scritto, in cemento, il futuro che ora qualcuno ha finalmente il coraggio di leggere.
Foto di Jan van der Wolf su Pexels
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