Con Galileo abbiamo visto il cannocchiale scrutare con precisione i corpi celesti. Nello stesso Seicento, un altro autore sceglie non a caso lo stesso termine per il titolo della propria opera, applicandolo però all’esplorazione delle possibilità retoriche della metafora: Emanuele Tesauro.
Un gesuita piemontese tra retorica e corte
Tesauro (1592-1675) nasce a Torino ed entra giovanissimo nella Compagnia di Gesù, ricevendo una solida formazione retorica aristotelica, prima di lasciare l’ordine e porsi al servizio della corte sabauda come storiografo e uomo di lettere. Non è un fenomeno isolato: nello stesso torno di anni lo spagnolo Baltasar Gracián pubblica la propria Agudeza y arte de ingenio, un trattato parallelo sulla teoria dell’arguzia concettista — segno che questa sensibilità è un tratto condiviso della cultura barocca europea, non una moda locale.
Un trattato di retorica enciclopedico
Pubblicato nella sua forma definitiva nel 1654, Il Cannocchiale aristotelico raccoglie e classifica con pedanteria sistematica centinaia di esempi di figure retoriche, giochi di parole, imprese araldiche ed emblemi, nel tentativo di fondare su basi teoriche rigorose — dichiaratamente ispirate alla Retorica di Aristotele, da cui il titolo — l’intera pratica dell’arguzia barocca.
La metafora come “madre di tutte le argutezze”
Per Tesauro la metafora, capace di cogliere somiglianze inaspettate fra oggetti lontanissimi, costituisce la manifestazione più alta dell’ingegno umano: una concezione che eleva a dignità filosofica ciò che la retorica classica considerava un semplice ornamento accessorio.
L’ingegno come facoltà sovrana
Per Tesauro l’ingegno è una facoltà intellettuale autonoma, distinta dalla ragione e dalla fantasia, capace di produrre conoscenza attraverso l’accostamento folgorante di idee distanti: una giustificazione filosofica, formulata con pieno rigore scolastico-aristotelico, di ciò che la poesia di Marino aveva già praticato sul piano creativo pochi decenni prima.
Un declino e una rivalutazione
La teoria tesauriana si rivela influentissima su tutta la trattatistica barocca successiva, fornendo un manuale teorico-pratico per la produzione di concetti arguti, imprese ed emblemi. Come Marino, anche Tesauro conoscerà però un declino rapido con l’affermarsi del classicismo arcadico; solo la critica novecentesca, a partire da Benedetto Croce, gli restituirà la dignità di testimone sistematico di un’intera sensibilità estetica europea.
Questo articolo è una sintesi divulgativa. Per l’analisi completa — il parallelo con Baltasar Gracián e la teoria dell’arguzia — puoi scaricare il documento integrale.


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