Dopo Corneille e l’eroe della volontà, il nostro percorso attraverso i classici europei del Seicento incontra ora Jean Racine (1639-1699), il secondo grande tragediografo del classicismo francese e, per molti critici, il suo punto più alto: dove Corneille costruisce eroi capaci di dominare la passione attraverso la ragione, Racine mette in scena personaggi travolti da una passione che nessuna volontà riesce a contenere. Phèdre (1677), la sua opera più celebre, ne è la realizzazione più compiuta.
Port-Royal e la rivalità con Corneille
Racine viene educato nel collegio di Port-Royal-des-Champs, centro del giansenismo francese, corrente religiosa rigorista che insegna una visione pessimistica della natura umana, incapace senza la grazia divina di dominare le proprie passioni: una formazione che segnerà profondamente la sua visione tragica. Esordendo negli anni 1660, si impone rapidamente come il principale rivale del più anziano Corneille, incarnando un’idea di tragedia diversa: azione ridotta all’essenziale, concentrazione sulla crisi interiore dei personaggi, e un verso alessandrino di straordinaria purezza.
La trama: una passione incestuosa e fatale
Phèdre, ripresa dal mito greco già trattato da Euripide e Seneca, narra la passione incestuosa e non corrisposta della regina Fedra per il proprio figliastro Ippolito: una passione che Fedra stessa giudica mostruosa e da cui tenta disperatamente di liberarsi, ma che la trascina, attraverso un crescendo di menzogne e false accuse, fino alla morte di Ippolito e al proprio suicidio finale.
La fatalità della passione
A differenza dell’eroe cornelliano, capace di scegliere il dovere contro la passione, Fedra sperimenta la passione come una forza che la domina dall’esterno, quasi una maledizione divina (Racine insiste sul ruolo di Venere, che perseguita la sua stirpe): un’immagine della condizione umana profondamente debitrice della visione giansenista della grazia negata, in cui la volontà, da sola, non basta a resistere al male che la abita.
La lingua e la forma
La forza di Phèdre risiede anche nella perfezione formale del verso: l’alessandrino di Racine, attraverso un lessico volutamente limitato e un controllo quasi geometrico della sintassi, raggiunge una tensione espressiva capace di rendere con pochissime parole stati emotivi di straordinaria violenza, in un equilibrio fra economia dei mezzi e intensità del risultato che la critica ha spesso definito “classico” per eccellenza.
Il ritiro dal teatro
Dopo il relativo insuccesso iniziale di Phèdre presso il pubblico (eclissata da una tragedia rivale favorita dalla cabala di corte) Racine si ritira quasi completamente dal teatro profano, riavvicinandosi a Port-Royal e dedicandosi, negli ultimi anni, a due tragedie bibliche scritte su commissione, Esther e Athalie, per le educande della scuola di Saint-Cyr.
Corneille e Racine a confronto
Mettendo a confronto i due grandi tragediografi emergono due concezioni dell’uomo radicalmente diverse mascherate da un’identica adesione alle regole formali: l’ottimismo antropologico di Corneille, che crede nella volontà capace di dominare la passione, e il pessimismo di Racine, per cui la passione resta quasi sempre più forte della ragione — una polarità che continuerà a strutturare la riflessione sulla tragedia occidentale ben oltre il Seicento francese.
Questo articolo è una sintesi divulgativa. Per l’analisi completa — la formazione giansenista di Racine e il confronto con Corneille — puoi scaricare il documento integrale docx.


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