Chiuso l’arco dedicato al Seicento italiano, apriamo oggi un nuovo percorso sui classici europei del secolo: un’epoca che fiorisce quasi contemporaneamente in Inghilterra, Francia e Spagna. Apriamo con William Shakespeare (1564-1616): le sue tragedie maggiori, pur radicate in una tradizione teatrale ancora elisabettiana, sono opere scritte fra il 1600 e il 1611 sotto il regno di Giacomo I, permeate da un pessimismo e da una complessità morale che le proiettano ben oltre l’armonia del Rinascimento verso le inquietudini del secolo nuovo.
Il Globe e i teatri pubblici di Londra
Il teatro elisabettiano-giacomiano nasce come fenomeno commerciale prima che letterario: dagli anni 1570 Londra vede sorgere teatri pubblici a pagamento, fino al celebre Globe, costruito nel 1599 dalla compagnia di cui Shakespeare è attore-azionista oltre che autore. Edifici privi di scenografie elaborate, dipendenti quasi interamente dalla parola poetica per costruire luogo e atmosfera: una condizione che spiega la densità linguistica senza pari del suo teatro.
Hamlet: il dubbio e la vendetta rinviata
Hamlet (1600-1601) mette in scena il principe danese chiamato a vendicare il padre assassinato dallo zio Claudio, ma paralizzato da un dubbio di portata filosofica: «Essere o non essere» è la cifra di un eroe che pensa troppo per agire con la prontezza richiesta dalla tragedia di vendetta, anticipando una sensibilità sorprendentemente moderna.
Otello e Re Lear: gelosia e cecità del potere
In Otello (1603) il generale moro di Venezia viene condotto da Iago, manipolatore spietato, a dubitare della fedeltà della propria sposa fino all’omicidio e al suicidio: una tragedia che indaga la suggestione retorica e la condizione di estraneità sociale del protagonista. In Re Lear (1605-1606), forse l’opera più cupa del canone shakespeariano, un sovrano caccia l’unica figlia sincera per premiare le due ingrate, scoprendo solo nella follia il vero volto del potere e dei legami familiari, in un epilogo privo di qualunque consolazione.
Macbeth: ambizione e regicidio
Scritto a pochi mesi dalla Congiura delle Polveri (1605), Macbeth (1606) racconta l’ascesa e la rovina di un generale scozzese che, sospinto dall’ambizione e dalle manipolazioni di Lady Macbeth, uccide il re Duncan per usurparne il trono, sprofondando in una spirale di sangue e rimorso: la tragedia più concentrata di Shakespeare, una macchina implacabile che trasforma il regicidio in autodistruzione psicologica.
La tempesta e l’addio al teatro
Nell’ultima fase della carriera Shakespeare passa al “romance”: in La tempesta (1611) il mago Prospero orchestra il perdono dei propri nemici invece della vendetta, in quella che la tradizione critica ha spesso letto — con qualche cautela — come un commiato simbolico dell’autore dal palcoscenico.
Perché Shakespeare è Seicento
Collocare Shakespeare all’apertura di questo arco non è un arbitrio cronologico: le sue tragedie maggiori nascono sotto un nuovo sovrano, in un clima di ansietà religiosa e instabilità dinastica che le allontana dall’armonia rinascimentale e le mette in dialogo con la crisi barocca che attraversa, nello stesso torno d’anni, l’Italia di Marino e presto la Spagna di Góngora e Calderón.
Questo articolo è una sintesi divulgativa. Per l’analisi completa — le fonti del teatro shakespeariano e il legame con Giacomo I — puoi scaricare il documento integrale docx.


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