C’è un’arte che Trieste custodisce nei suoi palazzi come un segreto di famiglia, nascosta dietro i portoni neoclassici del Borgo Teresiano e nei cortili silenziosi di via Economo: l’arte della tappezzeria d’arredamento e dell’intarsio su mobile, quella tradizione artigiana di matrice asburgica che ha plasmato l’identità borghese della città tra la fine del Settecento e i primi decenni del Novecento. Trieste, porto franco dell’Impero dal 1719 per volere di Carlo VI d’Asburgo, divenne nel corso dell’Ottocento una delle piazze più cosmopolite d’Europa, e con essa fiorì una classe mercantile e finanziaria che pretendeva per i propri salotti un arredo all’altezza delle ambizioni: mobili Biedermeier rivestiti di sete viennesi, divani a medaglione ricoperti di velluti genovesi, consolle con intarsi geometrici in radica di noce, ciliegio e acero tinto. Le botteghe dei tappezzieri e degli ebanisti triestini si concentravano storicamente attorno a via Mazzini e alle vie limitrofe al mercato coperto di via Carducci, in dialogo costante con i magazzini del porto che scaricavano stoffe dall’Oriente, legni pregiati dai Balcani e ottoni da Vienna. La figura del maestro tappezziere triestino — il tapissier, come lo chiamavano ancora negli anni Cinquanta del Novecento — era insieme artigiano, commerciante e consulente d’interni: sapeva leggere uno spazio, scegliere il damascato giusto, tagliare il cuoio per una poltrona in stile Impero con la precisione di un sarto. Oggi questa tradizione sopravvive in modo prezioso e fragile nella bottega storica Carlini & Parovel, attiva in forma continuativa dal 1887 in via Giulia, nel cuore del quartiere di Città Vecchia: uno dei rari laboratori italiani in cui si pratica ancora la tecnica della tappezzeria a molle annodate a mano, con crine di cavallo e iuta naturale, esattamente come facevano i maestri asburgici che allestirono i grandi caffè storici della città — il Caffè degli Specchi, il Caffè San Marco, inaugurato nel 1914 e sopravvissuto miracolosamente alle due guerre mondiali. Visitare la bottega significa entrare in un tempo sospeso: i rulli di tessuto impilati fino al soffitto, il profumo pungente della colla di coniglio scaldata sul fornello, gli attrezzi in legno di faggio appesi alle pareti come ex voto di un mestiere che rifiuta di scomparire. Il consiglio per chi viene a Trieste: chieda di assistere alla rifoderitura di una sedia — ci vorranno venti minuti e cambieranno per sempre il modo in cui guarderete un mobile antico. Perché Trieste non è solo la città del vento e del caffè ristretto: è la città dove l’artigianato ha imparato a tenere fermo ciò che l’Historia vorrebbe portarsi via.
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