Lecce e il Genio di Antonio Zimbalo: dove la Basilica di Santa Croce ha imparato a parlare la lingua della pietra viva tra fiori di leccese e voci di cantiere barocco

C’è un momento, all’alba, in cui la facciata della Basilica di Santa Croce di Lecce sembra respirare. La pietra leccese — quel calcare dorato e tenero che i leccesi chiamano ancora ‘la pietra che ama il ferro’ — cattura la luce radente di settembre e la restituisce moltiplicata in migliaia di dettagli: rosette, grifi, bassorilievi, telamoni, foglie d’acanto che sembrano mosse dal vento del Salento. Tutto questo è opera, in larga misura, di un uomo solo: Antonio Zimbalo, detto ‘Lo Zingarello’, il più visionario tra gli architetti e scultori del Seicento pugliese, nato a Lecce intorno al 1567 e morto nella stessa città nel 1631. Zimbalo non studiò a Roma né a Napoli. Si formò nella bottega dei suoi stessi antenati, in quella tradizione artigiana leccese che aveva già scoperto come la pietra locale, tenera da scavare quando appena estratta e durissima dopo l’esposizione all’aria, permettesse una decorazione di precisione microchirurgica impossibile altrove. Quando nel 1582 riprese i lavori della Basilica di Santa Croce — iniziata un secolo prima e già impostata su un impianto rinascimentale — Zimbalo non si limitò a completare un cantiere: lo trasfigurò. Il rosone centrale della facciata, ultimato intorno al 1614, è il suo manifesto poetico: sedici raggi che irradiano da un centro come i capitoli di un universo ordinato, circondati da un bestiario simbolico che mescola Antico Testamento, mitologia pagana e fantasia meridionale senza mai perdere la misura. I telamoni che reggono il balcone centrale — figure muscolose e sofferenti, quasi michelangiolesche nel loro tormento — sono considerati tra le sculture più intense del barocco italiano meridionale. Zimbalo lavorò anche nella vicina ex sede del Governatore, oggi Palazzo della Prefettura, che condivide con la Basilica lo stesso straordinario prospetto su Piazzetta Arco di Trionfo. Ma è Santa Croce il suo testamento definitivo, il luogo dove la pietra leccese smise di essere materiale da costruzione e divenne letteratura. Per chi vuole incontrare davvero Zimbalo, il consiglio è di tornare alla Basilica di Santa Croce non di pomeriggio — quando i pullman scaricano i visitatori davanti alla facciata in frettoloso stupore — ma all’alba di un giorno feriale, in via Umberto I, con il sole che sale dal mare Adriatico. In quel momento, ogni fiore scolpito proietta la propria ombra su quello accanto, e la facciata smette di essere piatta: diventa un rilievo vivente, un testo in pietra che Zimbalo scrisse per essere letto lentamente, con la luce giusta. Lecce non sarebbe Lecce senza la sua pietra. E la pietra leccese non sarebbe se stessa senza le mani de Lo Zingarello.

Foto di AXP Photography su Pexels

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