C’è qualcosa di radicalmente sovversivo nel gesto di costruire edifici che sembrano sul punto di scomparire. Non è nostalgia, non è pigrizia formale: è una scelta filosofica precisa, capace di mettere in discussione settant’anni di retorica architettonica basata sulla monumentalità, sulla permanenza, sull’impatto visivo come misura del valore. È la lezione di Smiljan Radić Clarke, l’architetto cileno che il 12 marzo 2026 ha ricevuto il Premio Pritzker — il riconoscimento più alto nel campo dell’architettura mondiale — diventando il cinquantacinquesimo laureato nella storia del premio e il secondo cileno dopo Alejandro Aravena nel 2016.
La giuria, presieduta dallo stesso Aravena, ha scelto Radić con parole che suonano quasi come un manifesto: le sue architetture appaiono temporanee, instabili, deliberatamente incompiute — quasi sul punto di scomparire — eppure offrono un rifugio strutturato, ottimista e silenziosamente gioioso, che abbraccia la vulnerabilità come condizione intrinseca dell’esperienza vissuta. Non è la prima volta che un premio istituzionale premia la sottrazione invece della spettacolarità, ma raramente lo ha fatto con questa chiarezza programmatica.
Nato a Santiago nel 1965 da genitori di discendenza croata e inglese, Radić ha studiato architettura alla Pontificia Universidad Católica de Chile — superando non senza difficoltà l’esame finale — per poi approfondire la storia dell’architettura all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, un passaggio che ha lasciato tracce profonde nella sua sensibilità per la stratificazione storica e la materia vissuta. Nel 1995 ha fondato il suo studio a Santiago, e nel 2017 ha istituito la Fundación de Arquitectura Frágil, dedicata a sostenere un’architettura sperimentale che sfida i confini disciplinari.
La sua opera oscilla — e non è una metafora — tra rovina ancestrale e artefatto d’avanguardia. Il Padiglione della Serpentine Gallery di Londra del 2014, una struttura circolare sorretta da massi di granito grezzi, sembrava appartenere a un tempo indefinibile: né antico né futuro, né permanente né provvisorio. Come il ristorante Mestizo a Santiago, dove i massi non decorano ma letteralmente reggono la struttura — una verità tettonica portata fino all’assurdo poetico.
In un’epoca in cui l’architettura è spesso ridotta a icona fotografabile, a brand urbano, Radić sceglie la direzione opposta: edifici che si percepiscono prima di essere capiti, che si abitano con il corpo prima di essere letti con gli occhi. È una postura che affonda le radici in una lunga tradizione fenomenologica — da Merleau-Ponty a Juhani Pallasmaa — ma la traduce in pietra, legno e cemento grezzo con una coerenza rarissima.
Il Pritzker 2026 non è solo un riconoscimento individuale: è un segnale che l’architettura contemporanea sta cercando, forse con urgenza, un’alternativa alla propria spettacolarizzazione. E la trova, paradossalmente, nell’arte di costruire ciò che sembra già sul punto di cedere — perché solo ciò che accetta la propria fragilità può contenere davvero la vita.
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