La capsula che sopravvisse a se stessa: Kisho Kurokawa, il Metabolismo giapponese e l’utopia che il MoMA ha trasformato in reliquia

C’è qualcosa di profondamente paradossale nell’idea che un edificio concepito per non durare sia diventato, proprio grazie alla sua scomparsa, immortale. La Nakagin Capsule Tower di Tokyo — progettata da Kisho Kurokawa e completata nel 1972 nel cuore del quartiere di Ginza — era un manifesto costruito: il tentativo più radicale di tradurre in mattoni, o meglio in acciaio galvanizzato, la filosofia del Metabolismo giapponese. Quel movimento d’avanguardia, nato nel 1960 in occasione della World Design Conference di Tokyo e fondato da Kurokawa insieme a Kiyonori Kikutake e Fumihiko Maki sotto l’influenza del maestro Kenzo Tange, proponeva città e edifici concepiti come organismi viventi: modulari, sostituibili, capaci di rinnovarsi come cellule biologiche.

La torre era composta da due nuclei portanti in cemento e acciaio a cui erano agganciate 140 capsule prefabbricate — micro-unità abitative di circa 10 metri quadri, dotate di un oblò come unica finestra e di una Sony color television come promessa di futuro. L’idea era che ogni capsula potesse essere sganciata e sostituita ogni 25-35 anni, rendendo l’edificio potenzialmente longevo per due secoli. Nessuna capsula fu mai sostituita. Il sistema si irrigidì, invecchiò, e nel 2022 la torre fu demolita, segnando la fine fisica — ma non culturale — di uno degli esperimenti più radicali dell’architettura del dopoguerra.

È proprio in questa morte annunciata che il progetto ha trovato una seconda, imprevista vita. Il Museum of Modern Art di New York ha ospitato fino al 12 luglio 2026 la mostra *The Many Lives of the Nakagin Capsule Tower*, costruita attorno alla capsula A1305 — una delle sole 23 sopravvissute alla demolizione, restaurata con componenti salvate da altre unità e acquisita dal MoMA nel 2023. Attorno ad essa, disegni originali, filmati d’archivio, interviste agli ultimi residenti e un tour virtuale fotogrammetrico delle due torri scomparse.

Ciò che la mostra interroga non è la nostalgia, ma il destino dell’architettura moderna come patrimonio. Kurokawa aveva concepito la capsula come «architettura cyborg»: un’emancipazione dello spazio dal concetto statico dell’abitare. L’ironia è che proprio l’immobilità — la mancata sostituzione delle capsule, la loro permanenza ostinata oltre il previsto — ha finito per consegnarle alla storia. Come ricordava lo stesso Kurokawa nel 2007, l’edificio era pensato come progetto di architettura sostenibile ante litteram: riciclabile, rigenerabile, mai definitivo.

Oggi quella visione non sembra un fallimento: sembra una profezia in attesa di essere riletta. In un’epoca in cui l’architettura contemporanea torna a interrogarsi su modularità, flessibilità e cicli di vita degli edifici, la capsula A1305 al MoMA non è un reperto museale — è una domanda ancora aperta sul modo in cui costruiamo, abitiamo e lasciamo andare.

Foto di Vinny Anugraha su Pexels

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