Il sublime che spaventa: Edmund Burke, il terremoto di Lisbona e la bellezza che nasce dal tremore

C’è un anno che cambiò per sempre il modo in cui l’Europa pensò alla bellezza: il 1755. Il primo novembre, giorno di Ognissanti, un terremoto di magnitudo stimata intorno a 8,5 distrusse Lisbona in meno di sei minuti. Seguirono uno tsunami e incendi devastanti. Morirono tra le quaranta e le sessantamila persone. Voltaire scrisse il suo Poème sur le désastre de Lisbonne. Kant elaborò le sue prime riflessioni sulla natura. E un giovane filosofo irlandese di ventisette anni, Edmund Burke, stava ultimando un trattato destinato a riscrivere l’estetica occidentale: A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, pubblicato nel 1757.

Burke compie una mossa radicale che i secoli precedenti non avevano osato formalizzare con tale chiarezza: separa il bello dal sublime. Il bello è ciò che ci attrae con dolcezza, che ispira amore, proporzione, morbidezza. Il sublime è qualcosa di completamente altro — è ciò che ci sopraffà, che genera terrore, che mette a nudo la nostra fragilità davanti all’immensità. Burke scrive che la causa più potente del sublime è la vastità, l’oscurità, il pericolo percepito. Non la quiete, ma il tremore.

Quello che rende il pensiero burkiano ancora oggi destabilizzante è la sua diagnosi psicologica: il sublime piace proprio perché spaventa, ma da una distanza sicura. La rovina di Lisbona, vista da Londra attraverso le pagine dei giornali, diventa paradossalmente un’esperienza estetica. Il dolore degli altri, filtrato dalla distanza, genera una forma di piacere che Burke chiama delight — non gioia, ma un sollievo misto a turbamento.

Questa eredità è scomoda e duratura. La tradizione romantica la raccoglierà interamente: Friedrich dipinge naufraghi e montagne abissali, Turner trasforma le tempeste in architetture di luce e terrore, Shelley evoca il Mont Blanc come forza che supera la comprensione umana. Ma il seme è burkiano. La bellezza, dopo il 1757, non può più fingere di essere solo armonia.

Oggi, nell’epoca delle immagini catastrofiche che circolano sui social a velocità immediata, la domanda burkiana ritorna con urgenza nuova: quando guardiamo le fotografie di un disastro e sentiamo qualcosa che assomiglia alla meraviglia, stiamo esercitando una facoltà estetica o stiamo semplicemente confermando che il sublime non è mai stato davvero morale? Burke non dà risposta. Si limita a descrivere il tremore. E il tremore, come sapeva bene Lisbona, non aspetta il nostro permesso.

Foto di Amber Janssens su Pexels

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