C’è una domanda che il restauro contemporaneo dei giardini storici italiani pone con crescente urgenza: che cosa significa restituire vita a un luogo che non è mai stato soltanto ornamento? Villa di Maser, nel cuore delle colline trevigiane, offre una risposta che va ben oltre la manutenzione del verde. Il suo giardino storico, appena premiato con il Premio Speciale City’Scape Landscape Award 2026 alla Triennale di Milano, è oggi il caso di studio più eloquente del nuovo modo di intendere il restauro paesaggistico in Italia.
Progettata da Andrea Palladio per i fratelli Daniele e Marcantonio Barbaro a partire dal 1554, Villa di Maser non nacque come residenza aristocratica distaccata dalla terra: era, e rimane, l’unica villa palladiana tuttora attiva come azienda agricola. Questo dato non è folcloristico: è la chiave di lettura di tutto il progetto di restauro. Il giardino non si può isolare dal vigneto, dall’orto, dal brolo, dal bosco retrostante, senza tradire il disegno originario della committenza Barbaro. Separare l’estetica dall’agricoltura sarebbe, qui, un atto di violenza culturale.
Il progetto, finanziato dal PNRR con 2 milioni di euro e coordinato per la componente paesaggistica dall’agronoma Annachiara Vendramin, ha scelto un approccio prevalentemente conservativo: non azzerare la vegetazione per inseguire un canone fittizio, ma chiarire la leggibilità spaziale, ricucendo i rapporti visuali e funzionali tra il corpo centrale palladiano, le serre, le Scuderie e il Ninfeo. I lavori hanno interessato il Giardino delle Rose, il Giardino della Serra, il Giardino della Magnolia, il frutteto e l’orto, il vialone di tigli e il bosco, con interventi sul patrimonio arboreo, nuove piantumazioni e il recupero di piante antiche e officinali.
Un ulteriore strato di complessità affascina lo studioso: il giardino è il risultato di diverse stratificazioni storiche. Alle intenzioni palladiane del Cinquecento si sovrappone, senza conflitto, il disegno degli anni Trenta del Novecento firmato da Tomaso Buzzi, architetto e scenografo dell’eleganza italiana, che aggiunse le serre e ridisegnò alcuni spazi con sensibilità déco. Il restauro ha scelto di non scegliere: entrambe le epoche convivono e dialogano, restituendo al visitatore la vera natura di un giardino storico, che è sempre palinsesto, mai monumento congelato.
Il riconoscimento milanese sottolinea un principio che dovrebbe diventare dottrina: l’inaugurazione di un restauro non è un punto d’arrivo, ma l’inizio di una responsabilità gestionale continua. Il verde, come ricorda la Carta di Firenze del 1981, è un materiale vivente, soggetto al tempo, alle stagioni, alla cura quotidiana. Villa di Maser lo sa da cinque secoli.
In un paesaggio che cambia, la villa palladiana non è una reliquia da conservare sotto vetro: è un organismo che continua a respirare, stagione dopo stagione, tra il profumo delle rose antiche e il silenzio dei tigli. E forse è proprio questa capacità di restare vivi, pur portando il peso della storia, la forma più alta di bellezza che un giardino italiano sappia esprimere.
Foto di Dmitry Romanoff su Pexels
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