Nel cuore del Medioevo italiano, tra cantieri aperti e pietra ancora da domare, una figura emerge con una nitidezza rara: quella di Anselmo da Campione, scultore e architetto originario di Campione d’Italia, attivo a Modena nella seconda metà del XII secolo e fino agli albori del XIII. La sua storia è quella di un artigiano-artista che divenne capostipite di una dinastia creativa, lasciando un’impronta indelebile su alcuni dei luoghi più significativi dell’architettura romanica della Penisola. Secondo quanto riportato dal Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani, Anselmo si formò probabilmente ad Arles, in Provenza, assorbendo un linguaggio figurativo che avrebbe poi incrociato con la solida tradizione plastica lombarda. Con lui giunse a Modena un gruppo di maestranze campionesi che avrebbero lavorato nel duomo cittadino per oltre un secolo, fino agli inizi del Trecento. Un’eredità artigianale e culturale di straordinaria continuità. Il cantiere del Duomo di Modena fu il palcoscenico principale della sua attività. Come ricorda Wikipedia nella voce dedicata, attorno al 1170-80 venne realizzato il pontile — struttura architettonica destinata a separare il coro dei canonici dalla navata — che gli studiosi attribuiscono ad Anselmo insieme ad altri due o quattro artefici della sua bottega. In particolare, a lui andrebbero ricondotti i rilievi narrativi con le Storie della Passione di Cristo: la Lavanda dei piedi, l’Ultima Cena, la Cattura di Cristo, Cristo davanti a Pilato con la Flagellazione, e la Salita al Calvario. Sono scene in cui la materia si fa racconto: la precisione plastica di matrice lombarda si intreccia con cadenze lineari e schemi compositivi di gusto provenzale, generando un linguaggio figurativo che lo studioso Geza de Francovich ha messo in relazione con le sculture della parrocchiale di Beaucaire. Non solo il pontile: ad Anselmo vengono attribuiti anche i due rilievi con il Pagamento di Giuda e il Tradimento di san Pietro, collocati tra gli archi d’ingresso alla cripta del duomo modenese. La sua influenza si estese poi ad altri contesti: otto figure di Apostoli murate nella navata settentrionale del Duomo di Milano, e l’Arca posta sotto l’altare maggiore del Duomo di Parma portano le tracce della sua mano o della sua scuola. La Porta Regia del Duomo di Modena, databile stilisticamente intorno al 1200, è considerata opera sua o della maestranza che operava sotto la sua direzione. L’ambone costruito sulla sinistra del pontile, commissionato tra il 1208 e il 1225, è invece attribuito ad Anselmo e ad almeno uno dei suoi figli. Perché Anselmo non fu solo un maestro: fu un fondatore di lignaggio professionale. Un documento del 1244, citato dalla Treccani, mostra come i discendenti di Anselmo — i figli Otacio, Alberto e Jacopo, poi il nipote Enrico di Otacio — continuassero a lavorare nella cattedrale di Modena generazioni dopo la sua morte, in virtù di un antico patto che vincolava lui e i suoi eredi a lavorare in perpetuo per la chiesa modenese. È una testimonianza rara di come, nel Medioevo, il sapere artistico fosse insieme vocazione, contratto e identità familiare. L’ultimo erede di questa tradizione, un certo Enrico, realizzò nel 1319 la torre Ghirlandina e nel 1322 il pulpito isolato nella navata centrale — segno che la voce di Anselmo continuò a risuonare nella pietra di Modena per quasi due secoli. Guardare oggi il Duomo di Modena, patrimonio UNESCO, significa anche riconoscere in esso il respiro lungo di una famiglia di artefici che, partiti dalle sponde del lago di Lugano, plasmarono l’identità visiva di una città e di un’intera stagione dell’arte italiana.
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