Amedeo Avogadro a Vercelli: il numero che cambiò la chimica nel silenzio di una città di risaie

C’è una costante che ogni studente di chimica del mondo incontra prima o poi: 6,022 × 10²³. È il numero di Avogadro, uno dei pilastri fondamentali della scienza moderna. Eppure pochissimi sanno che l’uomo che ne gettò le basi trascorse la parte più produttiva della sua vita a Vercelli, tra le nebbie della pianura padana e il profumo umido delle risaie, lontano dai grandi circuiti accademici europei che avrebbero potuto consacrarlo subito. Lorenzo Romano Amedeo Carlo Avogadro di Quaregna e Cerreto nacque a Torino nel 1776, ma fu a Vercelli che divenne scienziato. Dal 1809 al 1820 insegnò fisica nel locale Regio Collegio, oggi sede del Liceo Classico Lagrangia in via Lagrange: un edificio austero nel cuore della città, che custodisce ancora la memoria di quegli anni straordinari. È qui che nel 1811, in un articolo pubblicato sul Journal de Physique, Avogadro formulò la sua celebre ipotesi: volumi uguali di gas diversi, nelle stesse condizioni di temperatura e pressione, contengono lo stesso numero di molecole. Una intuizione radicale, che il mondo scientifico ignorò per oltre cinquant’anni. Il paradosso di Avogadro è tutto qui: aveva ragione prima del tempo. Solo nel 1860, quattro anni dopo la sua morte, il chimico Stanislao Cannizzaro ne riabilitò il lavoro al Congresso di Karlsruhe, consegnandolo alla storia universale. Vercelli non lo celebrò come avrebbe meritato mentre era in vita: era un uomo schivo, metodico, aristocratico nel carattere oltre che nel titolo. Preferiva i calcoli alla mondanità, i manoscritti alla cattedra. Ma la città porta ancora i segni di quella presenza silenziosa. Il Liceo Lagrangia ha dedicato al suo illustre docente una targa commemorativa, e ogni anno il 9 giugno — anniversario della morte — la comunità scientifica internazionale celebra la Giornata del Mole, omaggio globale nato da un uomo che pensò il mondo molecolare mentre guardava le acque ferme delle marcite vercellesi. Chi visita Vercelli non dovrebbe limitarsi alla splendida Basilica di Sant’Andrea o alle sale del Museo Borgogna: vale la pena fermarsi in via Lagrange, davanti alla facciata del liceo, e immaginare un professore di provincia che, in una città di nebbia e riso, stava riscrivendo in silenzio le leggi dell’universo. La scienza, a volte, nasce nei posti più inattesi. E Vercelli ha il privilegio raro di essere la città dove il numero che misura l’infinitamente piccolo prese la sua forma definitiva.

Foto di Igor Passchier su Pexels

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